venerdì 11 ottobre 2019

Cosa penso del "5G"


In queste condizioni qui (vedi grafico dello Stockholm Resilience Center (*) qui a destra) 
e cioè: tassi di estinzione di specie e cicli di fosforo ed azoto in zona rossa, cambiamenti climatici e alterazione dei suoli in zona gialla...
...noi pensiamo a queste cose qui:
 "I numeri di "Cose" previste per IoT (Internet of Things, Internet delle Cose), sono tutti piuttosto elevati e variano in base alla fonte ed all'anno. Cisco stima 50 miliardi di dispositivi connessi, mentre Intel ne prevede 200 miliardi.
Tratto dal sito di Huawei che stima che il numero sara' 100 miliardi (al 2025, come specificato in un'altra pagina del suo sito, ndr)"
Si tratta di 12 dispositivi a persona in media (neonati e persone con problemi di sopravvivenza inclusi).
Troveremo mai uno studio di riferimento che possa dare il peso numerico dell'impatto (energia, materia - es.: terre rare da estrarre, plastiche -, rifiuti, emissioni, degrado marino/oceani e del suolo) di questo nuovo nodo tecnologico chiamato Internet of Things, dalla portata cosi' vasta come preannunciato dalla aziende del settore, di cui il 5G sara' la piattaforma di comunicazione (immaginiamo anche le infrastrutture a contorno che comprendono ad esempio server, antenne, ecc) ?
Ci sara' qualcuno che ne fara' richiesta da qualche parte nel mondo ? Credo di no e credo che come in tanti altri casi, sara' la fantomatica "mano invisibile" del mercato a decidere per noi, magari contrapposta (per quanto tempo ?) agli individui (posso non volere IoT...?) ed a qualche comunita' "locale" per cui si parlerà di NIMBY e di medioevo alla prima infrastruttura che si vorra' installare loro malgrado nei paraggi.

(*)Al momento lo
Stockholm Resilience Center e' uno dei pochi centri studi che si sono impegnati ad assegnare delle soglie, dei confini biofisici, in vari ambiti della biosfera ritenuti chiave, da non valicare, pena il superamento della capacita' di resilienza del sistema pianeta - dei punti di non ritorno - portandoci in stati probabilmente molto diversi da quelli dell'Olocene, ultimi 12000 anni per intenderci.

Francesco P.

domenica 22 settembre 2019

Un fattariello paesano

Una decina di giorni fa un solerte cittadino di S.Salvatore trova un fiat fiorino di un signore fermo con il portellone aperto ed un sacco di rifiuti nel mezzo della carreggiata in prossimità del cavalcavia della Telesina, sulla trafficatissima, a quell'ora, Via Amorosi.

Il solerte cittadino, incurante delle parole animate e appassionate del signore del fiorino, nel prenderne la targa, avrà pensato "Finalmente torno a casa con un trofeo, facendo pagare una bella multa di varie centinaia di euro al delinquente che ho beccato in flagranza, appuntandomi al petto una bellissima medaglia da eroe da esibire davanti ai miei compaesani".
Giorni dopo l'accaduto incontro il cittadino col fiorino, ancora disperato e umiliato, che mi riferisce la storia, conclusasi con il camion della ditta dei rifiuti che torna indietro dopo essersi accorto di aver perso un sacco (scagionandolo davanti al solerte  cittadino), sacco che lo aveva costretto peraltro a fermarsi per liberare la strada dall'ingombro che esso rappresentava: tutta la vicenda la dice lunga sulle capacità intellettive del "solerte" nonché sulla sua impellente necessità di voler vincere facile, tanto da non aver avuto alcun dubbio su chi fosse il colpevole colto sul fatto, mentre scaricava (furbacchione lui), in pieno giorno, un sacco al centro di una trafficatissima strada. Una storia odiosa che già so verrà giudicata positivamente per l'esempio che il "solerte" ha provato a dare.

Non farò il suo nome nè quello del cittadino col fiorino (quest'ultimo non me lo perdonerebbe mai e ci tengo a questa persona per quanto non ne condivida l'approccio del silenzio. Se vorrà, farà i nomi quando e come deciderà di farlo), ma ci sarebbe da chiedersi il perché di questo preambolo e di questo post da parte mia se non faccio nomi.

Punto primo: raccontare fattarielli della zona è sempre una buona premessa per attirare l'attenzione su tematiche ritenute sempre inutili a tal punto che si stanno minando le basi della vita. D'altra parte sono circondato da persone che mi raccontano spesso di scempi, soprusi e rischi, rivelatisi reali, e che non si ha il coraggio di denunciare pubblicamente: chiedersi il perché sarebbe già un buon punto di partenza per migliorarci come comunità.

Punto secondo: mi chiedo perché tutta questa energia nell'affrontare il presunto abbandono di rifiuti, da parte di questo solerte cittadino, non si applichi e non si sia ancora applicata anche per questo scempio poco distante e già presente all'epoca del fattariello, che si vede nelle foto riportate nel post e che sono state scattate, infatti, a ridosso del cimitero di S.Salvatore, ma che per la verità si presenta simile in tanti altri fossi del nostro territorio.

Ok, il problema è difficile da risolvere; ok, mi dicono che stanno fioccando le multe; d'accordo, siamo scostumati e c'è il porta a porta bla bla bla; d'accordo, i proprietari dei terreni bla bla bla; d'accordo, i cittadini possono organizzarsi per pulire volontariamente bla bla bla: ma quale senso ha permettere, come Comune e come Provincia, di trinciare l'erba lungo le strade ed i fossi che presentano delle ormai vere e proprie discariche di rifiuti di ogni genere accumulati nel tempo e che saranno sminuzzati e resi praticamente ingestibili da chiunque, privato o pubblico, o quantomeno ne renderanno l'operazione di rimozione molto più difficile e costosa ? Perché non mettersi d'accordo per farli pulire prima, magari avvisando i proprietari o facendolo come pubblico ?

E poi, mi chiedo: ma dove sono i 2000 e passa elettori tutti, del nostro comune ? Ma cosa avete chiesto ai vostri rappresentanti se manco il meno che ordinario viene affrontato (non dico risolto) ?



PS: Abito nel punto più basso del fosso che parte dal Cimitero di S.Salvatore lungo Via Amorosi. Oggi ho raccolto dopo 1 mese, quasi 1 sacco di rifiuti di ogni genere nel fosso di fronte casa. Devo temporaneamente ringraziare il nuovo clima e la siccità, altrimenti mi sarei ritrovato già almeno metà di tutta la summenzionata discarica davanti casa, trascinata dall'acqua piovana. E' già successo in passato e aspetto che arrivi la stagione delle piogge per sentirmi moralmente giustificato (a meno che non ci siano altri privati che, collaborando, "mi organizzino" nella raccolta insieme a loro e nel manifestare pubblicamente contro l'inerzia amministrativa a cercare soluzioni) a rimuovere nuovamente quei rifiuti che si saranno nel frattempo spostati nel "mio" fosso.

lunedì 19 agosto 2019

Scienza o paraocchi tecno-scientisti ?

Alcune riflessioni messe giù dopo aver letto questo post ed i relativi commenti (si tratta di una discussione "locale" ma con dinamiche classiche da tecnologia vs ambiente) che parlano della sostenibilità delle nuove tecnologie digitali, insieme all'invito a discuterne con ottimismo e razionalità perchè grazie alle energie rinnovabili ci potremo permettere di "supportarle" a meno che "qualche retrogrado tecnologico in seno ai nostri politici non decida di fermare lo sviluppo del solare e dell'eolico, della biomassa, che sono l'unica speranza (nb. insieme al nucleare pulito - per ora una chimera - non quello attuale per intenderci ) per un futuro più green, sostenibile e tecnologico!"
Parliamone.

Secondo evidenze scientifiche riportate dal gruppo di ricercatori che fa capo a J. Rockstrom e da varie altre fonti accademiche specializzate in scienze ambientali e naturali(*), abbiamo superato, fra gli altri, i tipping point del tasso di estinzione delle specie e del tasso di alterazione dei suoli, i 2 indicatori di stato ritenuti fondamentali per la biosfera e quindi per la nostra specie, collegati direttamente con le problematiche dei consumi (quantomeno con quelle direttamente inerenti il post).
Non é una semplificazione che si paga a caro prezzo, pensare che la biosfera sia in crisi per il solo clima e quindi per la sola modalità di produrre energia e non per la quantità e per la qualità dei consumi?

Alla luce degli indicatori suddetti, fino a che punto possiamo pensare che avanzamenti tecnologici che implicano produzione, alimentazione e smaltimento (rapporti sul riciclo dei metalli, rari e non (**)) di nuovi oggetti - prendiamo 5G + IoT ad esempio:100 bln di dispositivi connessi al 2025, numero preso dal sito di Huawei. Le eventuali limitazioni saranno date dalla finitezza delle materie o quantomeno di quelle "facilmente" estraibili - possa significare progresso a prescindere, inteso come - semplifico - miglioramento delle condizioni di vita distribuito in maniera equa ed accessibile a tutti, senza compromettere la possibilità che le generazioni future possano anch'esse prosperare ?

Il solo fatto che gli avanzamenti tecnologici nella medicina, in campo igienico, in agricoltura e nelle comunicazioni abbia contribuito a far migliorare le condizioni di vita (almeno su un numero ben definito di indicatori, tra cui l'aspettativa di vita) in numeri assoluti nei precedenti 100 anni (arrotondo) con l'approccio Business as Usual + innovazioni tecnologiche sempre più frequenti, pur con tutte le enormi disparità intra ed inter Stati, ci autorizza a pensare che possiamo continuare a farlo in eterno con le stesse modalità o riusciamo a vedere quanto di non rinnovabile e quanto degrado di difficile e parziale ripristino in tempi umani ci sia in questi miglioramenti vista anche la grande accelerazione sia nei consumi pro capite in molte regioni del pianeta che nella crescita della popolazione mondiale avvenute nel frattempo ?

Chi parla di conversione completa alle rinnovabili degli attuali 150 mila twh annui di energia prodotta e consumata, lo fa a ragion veduta e consapevole delle criticità e delle limitazioni di una tale "operazione", ivi incluso il conflitto nel consumo di minerali (metalli rari) fra le stesse rinnovabili ed i prodotti hi-tech (permettetemi il termine desueto), con tanto di studi tutt'altro che univoci (c'é sí il citatissimo studio Wind Water Sunlight, punto di riferimento per il passaggio alle rinnovabili, ma ci sono anche vari studi(***) che lanciano allarmi nella transizione energetica, criticando WWS, non avendo quest'ultimo tenuto nel dovuto conto, fra l'altro, la limitatezza dei metalli rari, per la cui fattibilità si evocano/invocano tassi di riciclo da cui siamo molto distanti) e che contraddicono questa possibilità a volerla applicare in tutti i settori delle ns attività ?

Concludo con alcune osservazioni: la biosfera é un sistema dinamico complesso e limitato, far coincidere la crisi ambientale con la crisi climatica é una semplificazione riduzionista, considerare scienza solo quella che porta alla realizzazione e diffusione di nuovi oggetti, trascurando tutto il resto, é quantomeno sospetto, di certo non razionale. Quanto all'ottimismo evocato dai commenti, é una categoria dello spirito, non é certo oggetto di dibattito, specialmente se deriva da una rappresentazione parziale della realtà, se non fa la tara con la termodinamica e se non considera la limitatezza della biosfera.


NOTE
(*)Studi sui tipping point della biosfera
3) http://www.bascompte.net/content/publications/nature11018.pdf

(**) Rapporti e studi sul riciclo e sull'economia circolare

(***) Studi sulla fattibilità della transizione energetica da fossili a rinnovabili
1)Autori vari su PNAS:
https://www.pnas.org/content/114/26/6722.full

2)Stanford University:

3) Studio commissionato dal governo Olandese:

venerdì 28 giugno 2019

Temperature di questi giorni

Sottotitolo ironico: tranquilli non è da questo episodio, per quanto estremo e prolungato, che si caratterizza il cambiamento climatico... Così come in poche settimane il meteo è passato da un evento estremo ad un altro, anche noi siamo passati dall'indifferenza totale verso il clima al panico in molto poco tempo (vedere reazioni al post del giornale locale ottopagine).
In realtà, l'ondata di caldo del mese di giugno (che da sola non avvalora l'ipotesi del riscaldamento globale) e quella di freddo e ricca di precipitazioni del mese di maggio (che da sola non smentisce l'ipotesi del riscaldamento globale), prese insieme sono in linea coi modelli previsionali dei climatologi che fanno loro stimare un aumento delle frequenze degli eventi anomali - con l'aumento della temperatura media mondiale - e quelli di maggio e di giugno lo sono senz'altro. Nello specifico la frequenza delle ondate di caldo come quella di questo giugno, sarà nei prossimi anni 10 volte maggiore rispetto a quella registrata agli inizi del '900. Pertanto non c'è assolutamente nulla per cui stare tranquilli... Ad ogni modo, più che farsi immobilizzare dall'emotività, sarebbe più utile e più saggio pensare a quanto si possa fare per ridurre al minimo sia le cause che le conseguenze dei cambiamenti in atto (che peraltro non sono in discussione nemmeno da parte di chi nega l'origine umana dei cambiamenti climatici). Di seguito riporto una serie di idee - che in realta' sono una raccolta di note da cui sono partito per confrontarmi con gli alunni delle scuole medie di Guardia S. - su cui poter discutere ed impegnarsi individualmente e come comunità per ridurre al minimo cause e conseguenze delle novità climatiche, senza attendere i grandi cambiamenti dall'alto (Governo nazionale, UE, ONU, Federazione dei pianeti Uniti...): - Preservare e non consumare ulteriormente i suoli che diventano sempre più preziosi (diventeranno sempre più fragili cosi' come le coltivazioni, per rischio inaridimento, grandinate, alluvioni e gelate) - Rimboschire e ri-naturare il territorio anche per il microclima locale - es. evotraspirazione per la pioggia e frescura - manutenendo i boschi anche in vista di precipitazioni estreme e conseguenti frane e smottamenti. Il "rimboschimento" come soluzione va condotto con le giuste conoscenze in termini di specie da adottare, pena il rischio di essere controproducenti (es.: specie che in determinati condizioni impoveriscono i terreni per prosperare, specie non autotoctone che possono alterare equilibri gia' resi fragili da altre crisi nei nostri ecosistemi, ecc) - Bloccare la realizzazione di nuovi manufatti: il cemento e l'asfalto aumentano le temperature rispetto al suolo coperto da vegetazione - Demolire i manufatti industriali in abbandono e disuso e ri-naturarne o rimboschirne il suolo. - Piantare alberi caducifoglie nei centri abitati (mettere a disposizione i soldi per questo, la manutenzione corretta costa. Qualcuno suggerisce di considerare l'albero come "infrastruttura urbana", a rimarcare una estraneita' e la distanza fra uomo e biosfera, bah...) per fare ombra in estate e ridurre anche di 5-6° la temperatura esterna, limitando così l'uso dei condizionatori ai soli casi di emergenza. - Avviare politiche di trasparenza totale della gestione dell'acqua per ridurre al minimo le speculazioni da emergenze - Preservare in maniera rigorosa le montagne che ci circondano da ogni forma di antropizzazione (meglio ribadirlo: dalle montagne arriva l'acqua dei nostri rubinetti e per i nostri campi; preservarvi la varietà di specie viventi che ci fanno sopravvivere) come dagli incendi ed anche dalla pale eoliche, si' - Avviare politiche di differenziazione dell'acqua in base all'uso (potabile, agricolo, industriale) - Acquisire cultura e conoscenze che permettono di produrre cibo in presenza di siccità prolungate e temperature più elevate - Passare ad agricoltura ed allevamenti che adottano pratiche che azzerano la chimica sintetica nelle falde idriche - Collegare i paesini della valle con piste ciclo/pedonali dedicate (forse qualche auto in meno la vedremmo), riducendo, allo scopo, al minimo il consumo di nuovo suolo (per la corretta progettazione ci sarebbe bisogno di scelte compartecipate con la comunita', onde evitare la realizzazione di piste inutilizzabili e per ridurre rischi di speculazioni) - Incentivare localmente negozi che minimizzano l'usa e getta (ri-produrre oggetti ed imballaggi costa energia, oltre che enormi problemi sui rifiuti) oltre alle professionalità della riparazione (sarti, calzolai, ecc) - Combattere per avere presidi sanitari funzionali di pronto soccorso, di servizi e di cura alla persona nonche' per l'ospedalizzazione: le nuove condizioni ci renderanno più fragili, specialmente con l'aumentare dell'età - Alimentare i consumi elettrici con fotovoltaico diffuso sui manufatti esistenti - Adottare sistemi di riscaldamento dell'acqua passivi (solare), anche artigianali (30 litri di tubo nero) - Stoppare la diffusione dell'illuminazione pubblica nelle campagne ... - Coinvolgere i bambini ed i ragazzi in momenti di formazione scientifica sullo stato e sulle dinamiche note della biosfera, nelle scuole, e renderli a loro volta protagonisti di iniziative di diffusione di consapevolezza, utilizzando le conclusioni/soluzioni acquisite direttamente negli isituti scolastici, dove passano parte della loro vita.
- Fare incontri pubblici in cui condividere idee, soluzioni e pratiche individuali e di comunità - Continuare a pensare ed attuare altre soluzioni: le crisi ambientali congiunte sono la nostra vera priorita', tutti i nostri diritti civili, sociali, individuali si muovono all'interno dell'unico sistema biofisico chiamato pianeta Terra.
- Spingere affinchè la biosfera diventi Il soggetto di ogni dibattito politico e non l'oggetto. Le pratiche di cui sopra sono risolutive e ci permettono di ripristinare le condizioni di vivibilita', non dico di 50-60 anni fa, ma di 15-20 anni fa ? NO. Ci permettono di attenuare cause ed effetti per un futuro che, a detta degli scienziati, si prevede possa portarsi dietro una inerzia di crescite di temperatura anche in caso di arresto immediato delle emissioni di gas serra umane. Non ne teniamo conto o non cerchiamo soluzioni alternative migliori ? Continuiamo con politiche di crescita dei consumi, per di piu' rendendo gli ecosistemi, rurali, montani e urbani in cui vivamo piu' fragili, talvolta nascondendoci dietro termini come "economia circolare", "sviluppo sostenibile", "green economy" ? Ok, bene, cosi' accentueremo cause ed effetti del clima anche localmente. percorrendo una spirale che ci puo' portare in uno stato di equilibrio non necessariamente prossimo a quello in cui abbiamo prosperato, quello dell'Olocene (ultimi 11-12000 anni)
Una domanda conclusiva che si porta dietro una constatazione che faccio difficolta' a smentire: le scienze che dimostrano la necessita' ineluttabile della riduzione globale dei consumi sono piu' incerte e oggetto di dubbi di quelle che sono dietro alla crescita ? O sono semplicemente piu' confortanti anche per chi non e' toccato dai benefici di questo meccanismo ? PS: Ah, in alternativa possiamo sempre migrare verso il nord Europa, o nelle montagne, sperando di non trovare chi dice "prima il nord" o "prima i montanari" ;)
F.P.

lunedì 4 febbraio 2019

Energia, quale o quanta ?

Il livello planetario
Quando si parla di nuova realta' (nuova normalita') climatica da dover fronteggiare (non lo stiamo facendo, anidride carbonica, metano e aerosol in atmosfera sono in aumento), non teniamo presente che gli altri indicatori dello stato di salute del pianeta (livello di alterazione dei cicli naturali, tasso di estinzione delle specie, livello di qualita' e quantita' delle risorse non rinnovabili(*), del suolo fertile e degli ecosistemi disponibili, presenza di inquinanti in dosi preoccupanti con frequenza crescente, per dirne alcuni) ci dicono che non possiamo permetterci, al di la' della reale (**) fattibilita' tecnica di una completa transizione al solare, di continuare a far subire ai nostri territori impatti a colpi di 154.000 Twh all'anno (e' l'ammontare di consumo mondiale di energia primaria del 2017, a cui noi europei abbiamo contribuito a piene mani, per circa il 22%), o se preferiamo di potenza media di 2350 W per ogni singolo essere umano dei 7.5 mld che attualmente popolano il pianeta. Per inciso, noi italiani consumiamo una potenza primaria media di 3800 W pro-capite (dati sui consumi energetici riferiti al 2015 da un documento pubblicato dal Ministero dello Sviluppo Economico), nessuno escluso.

Quindi il problema non e' solo quale energia, ma anche e soprattutto quanta ne vogliamo consumare.
Infatti, seppure improvvisamente ci ritrovassimo energia fisicamente gratis (alimentando tutti i consumi, ad esempio, con il potenziale dato dall'irraggiamento solare, fosse pure a "zero emissioni", impossibile anche questo), un attimo dopo ci dovremmo porre il problema di ridurne notevolmente l'utilizzo complessivo dato che il tasso di produzione di merci, rifiuti ed emissioni, il tasso di estrazioni di minerali, consumo dei suoli fertili e di dispersione di sostanze chimiche nella biosfera (attualmente sul sito dell'Echa sono in attesa di giudizio ben 191 sostanze sintetiche candidate come "Estremamente pericolose" - immaginiamo la pressione a cui siamo esposti e sottoposti - e circa 23000 sono le sostanze "uniche" registrate ed approvate per poter circolare sul suolo UE) alimentati da quei 154.000 Twh ci stanno portando comunque in territori sconosciuti dal punto di vista degli equilibri naturali, al punto che qualcuno parla di crisi multiple dagli esiti imprevedibili, perche' fortemente intrecciate, da qui a pochi decenni, arrivando anche ad ipotizzare un collasso della civiltà umana.

Quindi "fate" presto a trovare queste miracolose tecnologie che riducono le emissioni complessive di gas serra (ironia), ma anche quelle che permettono di ridurre complessivamente il consumo ed il degrado della "materia" rinnovabile, a maggior ragione di quella non rinnovabile, e della biosfera nel suo complesso, visto che il nostro carico sul pianeta, anche dal punto di vista strettamente antropocentrico, e' ben oltre le sue possibilita' (overshoot) con effetti visibili gia' nel breve e nel medio termine - teniamo in conto anche che in molte aree, le cosiddette "sviluppate", gli effetti visibili sono mitigati dall'espulsione del degrado in altre aree, quelle cosiddette "in rapido sviluppo" o quele "arretrate", chissa' per quanto ancora...-, non solo per gli effetti delle emissioni e dell'inquinamento da sola produzione energetica.

Se preferiamo, possiamo dire piu' eufemisticamente che il tasso attuale di consumi e di "sviluppo as usual" ci "costringe" a cercare di abituarci, per difenderci dagli effetti, a soluzioni"meno peggio" sempre peggiori con tassi di peggioramento crescenti - scioglilingue voluto -, per "pseudo-sostenere" gli attuali stili di vita e l'attuale popolazione, sia chiaro in maniera fortemente sproporzionata all'interno e fra stati, ma questo e' un altro problema (seppure sia fermamente convinto che la matrice che non ci fa vedere la distruzione dei beni comuni sia la stessa che non ci fa vedere la distruzione di altri esseri umani).
In alternativa possiamo cercare la strada della riduzione dei consumi complessivi di materia e di energia, e forse così abbiamo la possibilità di ridurre l'impatto della caduta.
...Mentre localmente...
Se un territorio come il nostro e' in difficolta' per gli eventi estremi (piogge e raffiche di vento anomale, grandine, aumento della frequenza delle gelate dentro e fuori stagione, temperature medie in aumento, siccita' che durano oltre le medie di qualche decennio fa), per la nuova realta' climatica con tutto il suo portato di novita' specialmente in un settore primario come quella della produzione locale del nostro cibo, non dovremmo permetterci di aggiungerci del nostro, ed invece ci ritroviamo ancora con piani urbanistici e finanziamenti che favoriscono abnormi zone industriali e le loro emissioni inquinanti legali od illegali che siano in aria acqua e terreni.

Anche qui, la strada da seguire sarebbe quella dello stop del consumo di suolo e dell'antropizzazione fuori e dentro le aree protette puntando alla gestione del (tanto) esistente e che è soggetto a degrado, a partire dalla strade, passando per i servizi ferroviari ai pendolari, per finire alla messa in sicurezza dell'edilizia contro i sismi nonchè contro i rischi di dissesto idrogeologico.

Mentre invece, ecco i raddoppi stradali e ferroviari per far viaggiare le merci sempre più rapidamente, richieste ed approvazioni di trivellazioni, impiantistica speculativa nelle zone montane, che vanno a colpire altri indicatori dello stato di salute del contesto che ci circonda (che si traduce in stato di salute nostro nel giro di poco tempo) senza alcuna visione se non quella di creare posti di lavoro nella fase di "costruzione".
In un contesto del genere, l'individuazione di parchi nazionali (Parco del Matese) e di zone protette in genere (vd SIC sul Matese Sud-Orientale), oltre ad essere poco credibili (Ricordate Realacci, curriculum PD-Legambiente-Sviluppo sostenibile-green economy, e la sua legge che diceva che i parchi devono generare profitto ? E le centinaia di pale eoliche sul Matese sud-orientale in zone SIC e contigue ?), dice chiaramente: "Fuori dai parchi - diventati vere e proprie "riserve indiane" sotto assedio - scatenate pure l'inferno". Infatti non esitiamo a distruggere l'uno e l'altro.
NOTE -Da qui i numeri citati sull'energia: https://ourworldindata.org/energy-production-and-changing-energy-sources Aspetto anche da loro, comunque, le soluzioni che auspicano nella "Introduction", compatibili coi limiti del pianeta. (*) Fra le risorse non rinnovabili vanno messe nel conto anche quelle (es. fertilizzanti da sintesi chimica) che ci permettono di produrre il cibo con le rese attuali e che, al netto del sovra-sfruttamento dei suoli, della qualita' e dell'inquinamento conseguente, non saranno comunque sostenibili nel tempo non fosse altro perche' sono basate su risorse fossili (metodo Haber-Bosch per la sintesi dell'ammoniaca). (**)Molti studi mettono in dubbio che si possa sostenere con la conversione dell'irraggiamento solare la transizione energetica prevista per il 2050 necessaria a contenere le temperature entro valori non disastrosi secondo l'IPCC a causa della insufficienza (nel senso della reale possibilita' di estrarli) di molti dei minerali di cui ad esempio necessita la tecnologia fotovoltaica. Solo per citare problemi di risorse fisiche non rinnovabili che sono un collo di bottiglia difficilmente rimovibile. Sarebbero da considerare anche le classiche applicazioni che richiedono potenza e continuita' nel tempo o la portabilita' necessaria nel settore dei trasporti, ad esempio. (***) Il grafico nel primo link delle note fa vedere anche quanto siamo distanti dal "tutto" solare.

martedì 18 settembre 2018

Post growth

In che modo immaginiamo che il parlamento europeo, all'uscita di questi incontri (vedi link del programma) con alcuni volenterosi, possa dirci che noi europei dobbiamo passare dal consumo di 4.5 ettari (global hectares, gHa) pro-capite di risorse (2 volte la disponibilità offerta dal territorio UE) a 1.7 gHa che è l'attuale disponibilità media pro-capite (bio-capacità) data dal pianeta e che chi ha consumi inferiori a 1.7 gHa deve essere lasciato libero di arrivarci, se vuole (aiutiamoli a casa loro...) ? E che dire della redistribuzione interna...
L'apertura è di tal Tajani.

-Tiro ad indovinare 1: "Solo perseguendo una crescita sostenuta potremo risolvere i problemi della mancanza e del degrado delle risorse"

-Tiro ad indovinare 2: "Ok, ma quando parliamo di problemi importanti ?"

-Caso peggiore: "E' un argomento che dobbiamo affrontare con assoluta urgenza"

Nota 1: Sì, è il famoso concetto di overshoot che ultimamente ci piace festeggiare ogni anno con un giorno in anticipo.
Nota 2: Sì, è il famoso concetto dell'occupare gli spazi per svuotarli di significato. E' già avvenuto in Italia, grottescamente, con il M5S.

Link al programma di incontri: https://www.postgrowth2018.eu/programme/




giovedì 13 settembre 2018

Uragani: è una mia percezione o... ?

Un'autostrada a senso unico per entrambe le carreggiate: quello della fuga dall'uragano Florence (attualmente ancora di cat.2, sembra che il problema specifico di questo uragano possa essere la sua persistenza e l'ampiezza della zona colpita, nonchè il bacino di popolazione impattato). Impressionante vedere esodi con queste caratteristiche.
Qui link al video Stimolato da questo ultimo evento meteo in ordine di tempo (nemmeno tra i peggiori in termini di intensità), sperando di non essere caduto nella classica trappola del bias (diciamo anche pregiudizio) o nel rischio di condizionamento mediatico da eventi clamorosi, nonche' preso anche dal dubbio che "sembra se ne contino di piu' perche' abbiamo piu' strumenti o perchè ci faccio più caso ultimamente", sono andato a visitare il sito della National Hurricane Center (Dipartimento uragani del NOAA - National Ocean and Atmospheric Administration). messo insieme un po' di dati e fatto un po' di conti. E' subito interessante notare che nel complesso, considerando gli uragani "major", cioè quelli di categorie da 3 a 5 (venti dai 200 kmh in su), per il solo Atlantico, se ne contano:
- 66 nel periodo 96-2015 (20 anni), media 3.3 urag/anno - 129 nel periodo 1930-1995 (66 anni), media 1.95 urag/anno. I 20 anni dal 1945 al 1964 sono il ventennio, a partire dal 1930, che presenta la media che piu' si avvicina a quella del ventennio 1996-2015, con cioe' 60 uragani in 20 anni, pari a 3 urag/anno contro, appunto, 3.3 urag/anno. Significa che i 20 anni consecutivi del periodo 1996-2015 o sono il ventennio più sfortunato per uragani "major" oppure boh Considerando gli uragani della sola categoria 5 (venti con velocità maggiori di 260 kmh), dai dati estrapolati dall'archivio della NHC da parte del sito Weathernet, se ne contano (cumulativamente per gli oceani Pacifico ed Atlantico): -20 nel periodo 2001-2018 (17 anni), media 1.11 urag./anno -16 nel periodo 1966-2000 (35 anni), media 0.46 urag/anno Sembra, in effetti, che ci sia uno sbilanciamento nella frequenza di eventi estremi verso gli ultimi 20 anni. Ci sara' qualche fenomeno strutturale ed inspiegabile in atto ? Nota 1: NON sono un meteorologo NE' un climatologo, sarebbe interessante trovare un riscontro autorevole* sulle tendenze in qualche sito specialistico (non tanto per dubbi sui numeri quanto sulla validità del metodo per trarre qualche conclusione che vada oltre le percezioni) Nota 2: Bisogna tenere presente che il primo satellite geo-stazionario con funzioni meteo e' stato lanciato nel 1966: da quest'anno in poi le osservazioni hanno presentato il massimo dell'affidabilita' sulla caratterizzazione degli uragani. *Un riscontro autorevole (Nota informativa di Vincenzo Ferrara) che fa notare che anzichè seguire la strada delle frequenze delle intensità massime (velocità massime dei venti al suolo) raggiunte (scala Saffir-Simpson) ha molto più senso parlare delle potenze/energie sviluppate se si vuole trovare una correlazione coi cambiamenti climatici. Sembra che le sole intensità seguano delle ciclicità.

-Francesco Pascale

giovedì 23 agosto 2018

Ponti, edlizia, crescita: Riflessione pre-politica

Premessa
Questo post vorrebbe essere una riflessione prepolitica, ben consapevole del fatto che risultera’ fascinoso e trendy come un paracarro arrugginito oppure come un discorso sui limiti fisici imposti all’uomo, che spinge verso crescite con tasso composto, “esponenziali” - della popolazione, dei consumi pro-capite, di nuove tecnologie resource intensive -, da parte del pianeta che non le regge o meglio le regge ma non necessariamente con evoluzioni ed esiti che potranno essere piacevoli per l’uomo stesso...ma sento il bisogno di scriverlo ugualmente
--- Abbiamo “decine di migliaia” di ponti in scadenza naturale (considerando come fattore limitante il calcestruzzo armato) in Italia, a detta del dir. del CNR (1) e molti sono stati per di piu’ progettati con stime di traffico a quanto pare non accurate (il traffico e’ cresciuto esponenzialmente negli ultimi 60 anni, in maniera tutto sommato imprevedibile negli anni 50-60). A questi, perche’ accomunati nel mio ragionamento, aggiungiamo tutte le altre strutture (edifici di ogni genere) ed infrastrutture che necessitano di manutenzione o che vanno introdotte per attenuare i rischi legati ai sismi ed al famigerato dissesto idrogeologico. Tra pubblico e privato, con questa o quell'altra amministrazione di questo o quell’altro livello, tutto quanto sopra andrebbe gestito con nuovo uso di: energia, sabbia di grado edilizio, ghiaia, cave, acciaio, plastica (secondo PlasticsEurope (2), l’associazione europea dei produttori di plastica, all’ edilizia e’ destinato il 20% della plastica totale usata in Europa, seconda solo al packaging) oltre a dover far fronte a costi economici che sono valutati (dal Consiglio Naz.le degli ingegneri) in piu’ di un centinaio di mld di eur (una ventina di mld di eur per i soli “ponti” secondo una stima sempre del dir. del CNR, A. Occhiuzzi) (1).
Le risorse materiali utilizzate in edilizia - a causa della gestione dell’intero ciclo di vita degli elementi dell’elenco di cui sopra emergono crisi con frequenza quasi settimanale in Italia - sono anch’esse limitate (ancor più di quelle finanziarie, che si sa non rispettano le leggi della natura se non nel lungo termine) e la natura sostanzialmente estrattiva e lineare della filiera delle costruzioni crea danni irreversibili ad interi sistemi in tutto il loro percorso, dalla culla alla tomba, danni tanto piu’ gravi quanto piu’ si sale di livello nella difficolta’ di estrazione dei materiali stessi ad essa necessari (quanto piu’ “si sale in altezza per raccogliere i frutti dell’albero”). In varie aree del mondo, proprio per far fronte al problema “esaurimento” risorse per l’edilizia (siamo agli ultimi pioli della scala ?), si è messa in atto una ricerca affannosa (3) di alternative ai materiali tradizionali adottati, e questo principalmente a causa dell’ intensificarsi delle estrazioni che servono per far fronte alla costruzione di case e strade la cui domanda e’ cresciuta esponenzialmente (anch’essa..., ma non e’ un caso) negli ultimi decenni, specialmente in alcuni paesi asiatici, arrecando notevoli danni a fiumi, laghi ed altri sistemi piu’ o meno naturali in varie zone del mondo. Riferendoci alla sola sabbia e’ il caso di leggere, il motivo lo suggerisce il titolo, il rapporto delle Nazioni Unite “Sand, rarer than one thinks” del 2014 (4a)(trad.: “Sabbia, piu’ rara di quanto si immagini”) citato e commentato nell’articolo in italiano de Il Post (4b) e che raccoglie una serie di risultati e dati di studi relativi ai problemi nell’uso e nella “produzione” della sabbia per le attivita’ umane. Alcuni estratti del rapporto ONU, tradotti dall’inglese: - “[...] Una stima conservativa del consumo mondiale di aggregati (sabbia e ghiaia, fondamentalmente, ndt) per l’edilizia supera i 40 mld di tonnellate l’anno. Che e’ il doppio del sedimento annuo trasportato da tutti i fiumi del mondo [...]” - “[...] La domanda continua a crescere con le nuove infrastrutture e con la manutenzione dell’esistente (strade, ponti (sic !!!), dighe, case) [...]“. -”[...] La domanda di cemento della Cina e’ cresciuta esponenzialmente del 437.5% in 20 anni, mentre nel resto del mondo e’ cresciuta del 59.8 %” Nelle conclusioni: - “[...] Il loro uso (di sabbia e ghiaia, ndt) eccede di gran lunga il tasso di rinnovo naturale (che e’ fittizio anch’esso, ndt). Gli effetti negativi sull’ambiente sono inequivocabili e riguardano il mondo intero. Il problema ora e’ talmente serio che l’esistenza degli ecosistemi fluviali e’ minacciato in varie zone del mondo [...]”. (Commento a margine: vabbe’ anche all’ONU hanno problemi con questi decrescitisti...) La ricerca di nuove soluzioni “tecnologiche” per i materiali dell’edilizia, comunque, nel caso di un qualche successo, forse sposterebbe solo il problema nel tempo, rendendolo magari più complicato ed acuto da gestire quando si raggiungeranno i nuovi termini di scadenza dettati dai limiti delle eventuali nuove tecnologie in adozione. A questo proposito, consiglio la lettura dell’articolo di U.Bardi (5) nel paragrafetto in cui accenna (per gli approfondimenti seguire i riferimenti biblio) alla relazione tra il c.d. dirupo di Seneca - secondo cui “il declino è più rapido della crescita”- e le tecnologie, anche quelle che migliorano l’efficienza, in un sistema a risorse limitate, ma votato alla crescita illimitata (a proposito di illimitatezza, avete notato quante volte appare il termine “esponenziale” nel post ?) dei consumi. Ci sono, poi, in tanti in giro - uno di questi l'ho linkato in fondo (6) - che riscuotono molto successo in questi giorni, con migliaia di condivisioni sui social, e che dicono che i disastri accadono perchè ci si oppone alla realizzazione di nuove infrastrutture, perchè si resiste al progresso ed allo sviluppo.
In un sistema con risorse limitate, su un territorio che per di piu’ i geologi si ostinano a descrivere come piu’ fragile, mediamente, della quasi totalita’ delle altre regioni europee e frequentemente soggetto a eventi critici acuti (alluvioni, frane, valanghe e sismi), sarebbe da capire quanto sia “contro il progresso” ed “anti-scientifico” mirare al consolidamento dell'esistente che sarebbe gia’, nelle condizioni attuali, un obiettivo che andrebbe forse oltre i limiti del raggiungibile, se preso seriamente, piuttosto che giocare al rialzo con nuove grandi infrastrutture le quali, oltre a complicare ulteriormente il sistema delle manutenzioni, sottrarrebbero ulteriore spazio ad un altro bene fondamentale e non rinnovabile come il suolo. P.S.: Mentre scrivevo questo post, non mi ero accorto che il prof. Bardi aveva gia’ parlato del tema delle infrastrutture in un articolo, sottolineando in maniera efficace il rapporto con l’economia della crescita e dei limiti, e quindi la natura strutturale (e non episodica) del problema manutenzione/nuove costruzioni. Ne consiglio la lettura dato che riporta altri spunti, in aggiunta a quelli di semplice buon senso del mio post, seguendo questo link (1)https://www.cnr.it/it/nota-stampa/n-8247/direttore-cnr-itc-sul-viadotto-morandi-di-genova (2) https://www.plasticseurope.org/application/files/5515/1689/9220/2014plastics_the_facts_PubFeb2015.pdf (3)http://www.ingegneri.info/news/innovazione-e-tecnologia/nuovi-materiali-per-ledilizia-due-tipologie-di-sabbia-artificiale/ (4a)https://na.unep.net/geas/archive/pdfs/GEAS_Mar2014_Sand_Mining.pdf (4b)https://www.ilpost.it/2017/05/30/sabbia-rara/ (5)https://ugobardi.blogspot.com/2011/09/effetto-seneca-perche-il-declino-e-piu.html
(6)https://www.corriere.it/editoriali/18_agosto_14/genova-crolla-ponte-morandi-paese-che-diffida-progresso-1507b3be-9ff6-11e8-9437-bcf7bbd7366b.shtml

-Francesco Pascale

venerdì 8 giugno 2018

Raddoppiano... e noi ?


Lo scorso mese di dicembre è apparso sul sito istituzionale del comune di S.Salvatore Telesino il progetto definitivo dell'ANAS per il raddoppio della Caianello-Benevento (SS372 - Telesina), con l'elenco degli espropri.

Sessanta ettari da impegnare - oltre all’abbattimento di alcune abitazioni - per la sola tratta relativa al primo lotto di lavori, che dovrebbe andare da S.Salvatore a Benevento e per cui S.Salvatore di fatto ospiterà il cantiere principale.

Un’opera fortemente impattante, sia in fase di realizzazione che in fase di esercizio, sulla vita dei cittadini e sul  territorio, approvata senza nessuna forma di coinvolgimento delle comunità locali.

A fronte di sicure negatività non sono nemmeno reperibili analisi e stime del traffico su gomma che si vuole servire, né valutazioni sulla sovrapposizione, di fatto, fra la Telesina - che si dichiara essere una bretella fondamentale di collegamento fra Roma e Bari - ed il TAV Roma-Napoli-Bari.

Nessuno degli amministratori locali che abbia sentito il bisogno di spiegare perché si sia scelto di accettare questa nuova opera senza alcuna considerazione delle reali necessità dei territori coinvolti. Nel caso specifico di S.Salvatore il Sindaco ha ripetutamente ignorato le nostre tante richieste protocollate relative alla pianificazione del territorio comunale.
Per non parlare dei vecchi e nuovi candidati.

Ciò conferma che siamo costretti a subire le priorità, la visione e l'agenda dettate dagli appetiti dei costruttori, come dimostrato dalla molto mediatica e clamorosa accoglienza riservata all'ANCE (Ass,ne Naz,le Costruttori Edili) e a Confindustria

Se il traffico su gomma aumenterà realmente come auspicato dai proponenti, e soprattutto se al servizio di una prospettiva industriale del territorio, le ripercussioni in termini di inquinamento, per una valle come la nostra, potrebbero diventare realmente serie ed irreversibili, in primo luogo per la salute e poi per le ricadute negative sulle produzioni agricole.

E’ noto, d'altronde, che le grandi infrastrutture sottraggono valore laddove si voglia perseguire quell’economia, che a parole tutti auspicano, fatta di produzioni locali credibili ed accessibili a tutti, fatta di fruizione del paesaggio e di turismo responsabile, salvo procedere nei fatti in direzione opposta, col rischio, concreto, di aggiungere le nostre valli alle tante altre aree metropolitane e periferiche già presenti ovunque.

Eppure, nessuno si ribella e chiede conto delle scelte effettuate sulle nostre teste.

Tutto ciò mentre abbonda la  retorica sull’eccellenza delle nostre produzioni e su quanto valga la nostra terra e sul diritto a fruire di cibo, terra, aria, acqua sani.

D’altra parte lo stato in cui versa l’agricoltura è molto critico  (come  in gran parte dell’Italia ),  per esempio, l’uva si raccoglie per svenderla a 20 centesimi al kilo e ciò spiega anche l’atteggiamento  dei proprietari che non si ribellano agli   espropri dei loro terreni per una strada, un binario, una pala eolica o una trivellazione.

Anche partiti, sindacati, amministrazioni, associazioni di categoria tacciono senza neanche indignarsi per una violenza simile, rinunciando nei fatti ad esercitare quel ruolo di rappresentanza, difesa del territorio e delle sue specificità che mai mancano di rivendicare come proprio....Nel frattempo disponibili a subire disagi per i prossimi (cinque ? dieci ?) anni, a sopportare  ruspe, camion, sconvolgimenti territoriali per l’esecuzione dei lavori, spesso dati in subappalto a ditte legate  a famiglie mafiose, come già verificatosi in passato per opere simili.

Uno scempio che si consuma nella diffusa e malcelata convinzione che gli eventuali vantaggi futuri di grandi opere, come il raddoppio della Telesina o l’alta velocità ferroviaria,  ci ripagheranno della terra sventrata, delle case abbattute, dei vigneti distrutti, sostituiti  da capannoni sospetti e sommersi dalle polveri inquinanti prodotte dall'aumento del traffico.

Come se non bastasse tutto ciò che il Sannio già subisce quotidianamente con discariche, impiantistica dedicata a rifiuti speciali, eolico, perforazioni per la ricerca di gas e petroli, innumerevoli ed estese zone industriali, terre di nessuno e dense di tanti piccoli impianti a volte molto pericolosi.

Nella attuale impossibilità di relazionarci con istituzioni che finora hanno disatteso qualsiasi istanza di dialogo, ci chiediamo se anche "il silenzio del territorio", anche di chi lavora per riqualificare l’agricoltura, il turismo, la vivibilità, debba interpretarsi come rassegnazione alla trasformazione  di queste terre in una piattaforma logistica per servire interessi di pochi.

O si può ancora pensare, pretendere un futuro diverso, e riprendersi il diritto di decidere senza delegare?